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Chi può svolgere attività investigative per conto di privati
Art. 134 T.U.L.P.S.
Senza licenza del Prefetto è vietato ad enti o privati di prestare opere di vigilanza o custodia di proprietà mobiliari od immobiliari e di eseguire investigazioni o ricerche o di raccogliere informazioni per conto di privati.

Quali son oi requisiti professionali richiesti per diventare investigatore privato?
Il D.M. 269/2010 disciplina quelle che sono le caratteristiche minime del progetto organizzativo e dei requisiti minimi di qualità degli Istituti Investigativi nonché i requisiti professionali e di capacità tecnica richiesti per la direzione di un Istituto Investigativo.
E’ bene prima di tutto distinguere la figura dell’investigatore privato titolare di Istituto e l’investigatore privato dipendente.
I requisiti minimi richiesti (all. G del D.M. 269/10) per diventare investigatore privato titolare di Istituto sono:
1) Aver conseguito, al momento della richiesta, una laurea almeno triennale nelle aree:
• Giurisprudenza
• Psicologia a Indirizzo Fernse
• Sociologia
• Scienze Politiche
• Scienze dell’Investigazione
• Economia
o corsi di laurea equipollenti
2) Aver svolto con profitto un periodo di pratica, per almeno un triennio, presso un investigatore privato, autorizzato da almeno cinque anni, in costanza di rapporto di lavoro dipendente e con esito positivo espressamente attestato dallo stesso investigatore
3) Aver partecipato a corsi di perfezionamento teorico-pratico in materia di investigazioni private, organizzato da strutture universitarie o da centri di formazione professionale riconosciuti dalle Regioni e accreditati presso il Ministero dell’Interno – Dipartimento della pubblica sicurezza, secondo le procedure da questo individuate (oppure aver svolto documentata attività di indagine in seno a reparti investigativi delle Forze di polizia, per un periodo non inferiore a cinque anni e aver lasciato il servizio, senza demerito, da non più di quattro anni).
I requisiti minimi richiesti (all. G del D.M. 269/10) per diventare investigatore privato dipendente sono:
1) Aver conseguito, al momento della richiesta, un diploma di scuola media superiore
2) Aver svolto con profitto un periodo di pratica, per almeno un triennio, in qualità di Collaboratore Investigativo (CIIE) presso un investigatore privato titolare di Istituto, autorizzato in ambito civile da almeno cinque anni, in costanza di rapporto di almeno 80 ore mensili e con esito positivo espressamente attestato dallo stesso investigatore
3) Aver partecipato a corsi di perfezionamento teorico-pratico in materia di investigazioni private ad indirizzo civile, organizzati da strutture universitarie o da centri di formazione professionale riconosciuti dalle Regioni e accreditati presso il Ministero dell’Interno – Dipartimento della pubblica sicurezza, secondo le procedure da questo individuate (oppure aver svolto documentata attività di indagine in seno a reparti investigativi delle Forze di polizia, per un periodo non inferiore a cinque anni e aver lasciato il servizio, senza demerito, da non più di quattro anni)

E’ vietato pedinare il coniuge per raccogliere le prove del tradimento.
L’attività investigativa può essere svolta solo e soltanto da un investigatore privato autorizzato dal Prefetto. La Cassazione, in più decisioni, è stata particolarmente severa col coniuge che si è intromesso nella privacy dell’altro anche solo per raccogliere prove di infedeltà o di violazione dell’obbligo all’assistenza morale e materiale. Significativa, a tal riguardo è la sentenza della Suprema Corte n.37765 del 2006, che ha sancito il principio per cui è reato spiare la moglie (e, quindi, anche il marito) anche nel caso in cui si vogliano documentare fatti utili al giudizio di separazione.  Il coniuge pedinato, infatti, potrebbe denunciare per molestie il persecutore che, infatti, non è autorizzato a tenere un comportamento vessatorio nei confronti dell’altro nemmeno quando siano presenti figli minori e il contegno miri astrattamente al “bene della famiglia e della prole”. 
 
Necessità di esibire un documento d’identità al conferimento d’incarico
Art. 135 T.U.L.P.S
I direttori degli uffici di informazioni, investigazioni o ricerche, di cui all'articolo precedente, sono obbligati a tenere un registro degli affari che compiono giornalmente, nel quale sono annotate le generalità delle persone con cui gli affari sono compiuti e le altre indicazioni prescritte dal regolamento.
Tale registro deve essere esibito ad ogni richiesta degli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza.
Le persone, che compiono operazioni con gli uffici suddetti, sono tenute a dimostrare la propria identità, mediante la esibizione della carta di identità o di altro documento, fornito di fotografia, proveniente dall'amministrazione dello Stato. I direttori suindicati devono inoltre tenere nei locali del loro ufficio permanentemente affissa in modo visibile la tabella delle operazioni alle quali attendono, con la tariffa delle relative mercedi.
Essi non possono compiere operazioni diverse da quelle indicate nella tabella [ o ricevere mercedi maggiori di quelle indicate nella tariffa] o compiere operazioni o accettare commissioni con o da persone non munite della carta di identità o di altro documento fornito di fotografia, proveniente dall'amministrazione dello Stato.
 
Accesso abusivo ad un sistema informatico
Art. 615-ter c.p.  Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico.
Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni:
1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;
2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesamente armato;
3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l'interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.
Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all'ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanità o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena è, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.
Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d'ufficio.
 
Intercettazioni telefoniche
Art. 617 c.p. Cognizione interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.
Chiunque fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni o delle conversazioni indicate nella prima parte di questo articolo. I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d'ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio nell'esercizio o a causa delle funzioni o del servizio, ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Art. 617-bis c.p.  Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.
Chiunque fuori dei casi consentiti dalla legge, installa apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell'esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.
 
Intercettazioni informatiche o telematiche
617-quater c.p. Intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche.
Chiunque fraudolentemente intercetta comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi, ovvero le impedisce o le interrompe, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni di cui al primo comma.
I delitti di cui ai commi primo e secondo sono punibili a querela della persona offesa.
Tuttavia si procede d'ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso:
1) in danno di un sistema informatico o telematico utilizzato dallo Stato o da altro ente pubblico o da impresa esercente servizi pubblici o di pubblica necessità;
2) da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, ovvero con abuso della qualità di operatore del sistema;
3) da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato
 
Stalking – atti persecutori
Art. 612-bis c.p.  (Atti persecutori).
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, e’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena e’ aumentata se il fatto e’ commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. La pena e’ aumentata fino alla metà se il fatto e’ commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata. Il delitto e’ punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto e’ commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonche’ quando il fatto e’ connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.».
 
Licenziamento per “giusta causa”
- Giusto il licenziamento del lavoratore che si assenta nel periodo natalizio malgrado il rifiuto del datore di lavoro.
Lo precisa la sezione lavoro della Cassazione con la sentenza 20461/10. (Cassazione Civile Sez. lavoro, Sentenza n. 20461 del 30/09/2010)
- Può essere licenziato il lavoratore che timbra il cartellino al posto del collega. Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 24796 del 7 dicembre 2010, ha respinto il ricorso di un operaio di Campobasso che aveva timbrato al posto di una collega ancora nel parcheggio. Lui aveva impugnato la misura di fronte al Tribunale che gli aveva dato ragione.
Poi le cose erano andate diversamente in secondo grado.
La Corte d’Appello aveva infatti accolto il gravame dell’impresa sostenendo che un comportamento di questo tipo fa venir meno il rapporto fiduciario fra impresa e dipendente. La decisione è stata ora definitivamente confermata in Cassazione. La sezione lavoro ha infatti ribadito che questo tipo di condotta “è idonea a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario caratterizzante il rapporto fra le parti, evidenziando il deliberato e volontario tentativo di trarre in inganno la datrice di lavoro”.

- L'infermiere professionale paga, con la perdita del posto, la disattenzione nel somministrare la terapia ai malati, specie se la «negligenza» è unita alla maleducazione nel trattare i parenti di chi è ricoverato. La Cassazione, infatti, ha confermato il licenziamento in tronco di un'infermiera diplomata originaria dei Paesi dell'Est, dipendente della casa di cura "Madonna della salute" di Rovigo che si era resa responsabile di atti dal «disvalore ambientale» tali da rendere necessaria una "risposta forte". La Suprema Corte ha ritenuto che era di «indubbia gravità»; come stabilito dalla Corte di Appello di Venezia nel 2003; il fatto che l'infermiera stava per iniettare insulina a un paziente non diabetico senza consultare la sua cartella clinica.
Solo l'intervento di una collega, che si accorse dell'errore, impedì che ci «fossero ripercussioni sulla salute del paziente». Un altro motivo di "giusta punizione" è da ravvisare nei «comportamenti irriguardosi e offensivi» che l'infermiera aveva nei confronti dei pazienti e dei loro familiari. Per la Cassazione, il licenziamento ha, innegabilmente, una «finalità esemplare»: guai se certi comportamenti «assurgono a modello disincentivante dal rispetto degli obblighi di diligenza e fedeltà» (Cassazione: sez. civile- sentenza n. 22708).

- Licenziamento giusta causa: necessaria la contestazione dell'addebito e obbligo di audizione del lavoratore
In tema di licenziamento per giusta causa, il datore di lavoro non può prescindere dalla previa contestazione dell'addebito e dall'audizionedel lavoratore, ai sensi dell'art. 7 della legge n. 300 del 1970, se quest'ultimo lo richiede e non abbia fini dilatori, ma la funzione di protrarre la difesa scritta attraverso chiarimenti e precisazioni. (Corte di Cassazione, Sezione lavoro, Sentenza 9 ottobre 2007, n. 21066 - Gesuele Bellini)

- Va sospeso ma non licenziato il lavoratore che abbandona il posto di lavoro prima della fine del turno.
Nella sentenza n. 5019/2011 la Corte di Cassazione, confermando le precedenti pronunce dei giudici del merito, dichiara illegittimo il licenziamento per giusta causa di un lavoratore che aveva abbandonato il posto di lavoro poco prima del dovuto avendo, al momento dell’ingresso, alterato lo strumento aziendale di controllo delle presenze mediante l’inserimento della sua presenza in servizio per l’intero turno pomeridiano. (Corte di Cassazione, Sez. Lav., 1° marzo 2011, n. 5019)

- Benché non esista un divieto assoluto, per il lavoratore subordinato assente per malattia, di prestare nel frattempo attività lavorativa (anche) in favore di un terzo, tuttavia tale comportamento - per il cui accertamento non si impone l'osservanza delle garanzie prescritte (art. 5, comma 14 della legge n. 638 del 1983) per i controlli sanitari – può assurgere a giustificato motivo di licenziamento, ove se ne possa motivatamente desumere la simulazione della malattia o l'inosservanza del divieto di concorrenza o l'attitudine a pregiudicare o, quanto meno, ritardare la guarigione e, conseguentemente, la ripresa della prestazione lavorativa, con violazione di una obbligazione preparatoria e strumentale rispetto alla corretta esecuzione del contratto. (Cassazione civile, sez. lav., 6 giugno 1990, n. 5407)
 
Doppio lavoro e infedeltà
- L’art. 2105 del Codice Civile prevede l’obbligo di fedeltà del lavoratore che, secondo tale norma, non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi,  in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti  all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa  pregiudizio. La violazione dell’obbligo di fedeltà  è fonte di responsabilità disciplinare  e del relativo obbligo risarcitorio, quando causa un danno al datore di lavoro e quest’ultimo sia in grado di fornirne la prova.

- Consentita la videsorveglianza se il lavoratore è infedele: Gli articoli 4 e 38 dello Statuto dei lavoratori implicano l´accordo sindacale a fini di riservatezza dei lavoratori nello svolgimento dell´attività´ lavorativa, ma non implicano il divieto dei cd. controlli difensivi del patrimonio aziendale da azioni delittuose da chiunque provenienti.  In tali ipotesi non si ravvisa la inutilizzabilità, ai sensi dell´articolo 191 c.p.p., di prove di reato acquisite mediante riprese filmate, ancorché sia perciò imputato un lavoratore subordinato. La Cassazione, affermando il principio sopra enunciato, ha confermato il proprio orientamento con riferimento alla Legge n. 300 del 1970, articoli 2, 3 e 4, riconoscendo  che, quando sul lavoratore addetto alla registrazione degli incassi si appuntino sospetti di infedeltà, i controlli attivati dal datore di lavoro risultano legittimi, in quanto il comportamento, in tal caso illecito e contrario al dovere di collaborazione, esulando dalla sua specifica attivita´, realizza un attentato al patrimonio dell´azienda.(Cassazione Penale, Serzione V, Sentenza n. 20722 del 01/06/2010)